L'arte di Vittorio Bruni
Dubito di tutto: del bello e del brutto, del buono e del cattivo, dell’arte e della morale,
e soprattutto dubito di me stesso. Ho una sola certezza: la serenità. Il “colmo della felicità” è per me una terrazza
al sole con un tavolo, una sedia, un pergolato d’uva e un buon bicchiere di vino rosso.
Vittorio Bruni
Introduzione di Enzo Vanarelli
L’arte di Vittorio Bruni è quella di un simbolista, immerso quanto vogliate nella storia sua e nostra, traspositore come vogliate di essa e dei suoi segni, ancorato a piacer vostro nel suo vissuto: ma è e resta l’arte di un simbolista. Ciò esclude che se ne possa parlare in maniera analitica; e comporta invece che lo si debba e lo si possa fare solo per parabole. E del resto la parola diretta può dire la realtà; ma solo la parabola svelare la verità.

Racconta dunque un’antica saga degli Unni: Morì una volta nel sonno il grande Atman del Clan dell’Orso senza indicare, tra i suoi tre figli, chi dovesse succedergli alla guida del clan. Le Madri del Clan fecero allora venire i suonatori di tamburo e Tiflis lo sciamano con la pelle dell’orso, per chiedere il responso agli Antenati. Lo sciamano indossò la pelle dell’orso; i tamburi batterono e batterono; lo sciamano danzò e danzò sempre più frenetico finché divenne l’Orso; e più non tornò alla condizione di uomo; e non potè dare il responso. I due fratelli maggiori si accordarono allora per regnare insieme; esiliarono il fratello minore e legarono l’orso alla catena, mostrandolo agli ospiti nei conviti. Ma l’accordo durò poco; e per evitare il duello fratricida le Madri del Clan fecero venire i tamburi e l’Orso; e i tamburi batterono e batterono, e l’Orso danzò e danzò, e sempre danzando si sfilò la pelle e tornò Tiflis lo sciamano. «Ho sognato a lungo di essere Orso» egli disse «e in sogno ho a lungo parlato con gli Antenati. Il nuovo Atman è il figlio minore».
La saga non è solo la favola, peraltro ricorrente in tutte le culture, del successo del figlio minore col suo aiutante/animale (si torni a dare un’occhiata a Propp); ma bene anche una struttura simbolica che adombra diverse verità; adattan- dosi mirabilmente ai fatti di quest’arte. Partiamo dall’antefatto. Per decidere se il mito ci riguardi, ognuno di noi deve chiedersi in primis: vivo nella logica della cultura o in quella dell’arte? sono un folklorista che studia la struttura della fiaba o sono quello che la canta come la mia propria storia, anch’io parte del Clan dell’Orso?

Perché se non sono del clan è futile che pretenda di intervenire alla cerimonia: per me si batterà invano il tamburo, e non avverrà nessun incantesimo. E se sono del clan, e almeno nei miei rimpianti sono stato Atman, sono disposto a morire nel sonno parlando con l’Antenato, senza lasciare designazioni, senza arrogarmi giudizio e scelta, senza voler incanalare i fatti lungo i miei progetti, fidando che il mio totem, l’Orso, riuscirà comunque a ottenere la salvezza del clan? Se il nostro è un duplice “sì”, siamo del clan per sangue e totem, e comincia per noi la saga.
E veniamo posti di fronte al ruolo in cui proiettarci in questa che diviene la nostra storia. E i ruoli – badate – sono tutti di struttura. Sono parte strutturale del racconto i tre fratelli, i due maggiori e il minore; le Madri del Clan; i suonatori di tamburo; i tamburi e il loro battere; Tiflis lo sciamano e la sua danza e la pelle dell’orso e l’Orso e la catena e il non poter parlare e il parlare finale; e il sogno magico che chiude il cerchio del racconto. Chi siamo dunque noi? Chi è ognuno di noi?
Proverò a fare questo gioco dell’identificazione. Non pretendo l’esattezza; ma tanto per cominciare dico Unni tutti quelli che irrompono contro la degradazione spirituale, morale ed estetica di questo Basso Impero; con il che si liquida ogni pretesa funzione edonistica o consolatoria dell’arte, e si accetta invece la sua forza dirompente. I due fratelli maggiori dal breve regno congiunto per accordo fraudolento sono due forme d’arte che ieri o oggi hanno cavalcato insieme la moda (figurativo o informale? moderno e postmoderno? Fate voi) e il fratello minore è la forma autentica di essa, cioè la forma vera della vita, la salvezza del clan. Le Madri del Clan sono figura del pubblico (se volete dell’umanità), che non avendo forza di scelta e di salvezza proprie ma non volendo abdicarvi si appellano allo stregone, e lo convocano in pubblica assemblea con tutto l’apparato esorcistico dei tamburi; e – cosa notevole – chiedono da lui la vita del sangue tanto nella forma umana che in quella dell’orso – non sarà ragionevole, ma fuori del responso quale speranza resta di salvezza? E infine, naturalmente, Tiflis lo sciamano è l’artista/stregone Vittorio Bruni, segnato dal possesso del gesto magico di vestire la pelle, e diventare Orso, e parlare con gli Antenati e intendere le vere ragioni; e poi tornare a noi a darcele come pegno di salvezza.
Ma questo non è per lui percorso né agevole né certo né scevro di rischi. Deve sapere innanzitutto come rivestirsi della pelle del Totem; e poi danzare come un sufi fino allo sfinimento percosso dal ritmo dei tamburi, in cui il proprio cuore e quello del clan pulsano un terribile ritmo comune, fino ad incarnarlo assumendone la forma totemica. E a questo punto accettare di non sapere più, di non controllare più la Parola, il Gesto, il Segno; accettare di aprire la bocca e lasciarla uscire, aprire la mano e lasciarlo fluire; come la Sibilla, come il profeta. E se il responso non viene, o se i convenuti smaniosi d’altro non l’accolgono, o se non riesce ad uscire dalla trance, sarà schernito come tutti i profeti, incatenato al palo, esposto come curiosità nella kermesse. E se invece, prima o poi, la Parola, il Gesto, il Segno sgorgano, sarà come uscendo da un sogno; e ne potrà parlare solo riferendo a un’esperienza che ce lo renderà ancora più magico e prezioso – ma al contempo più sciamano e più alieno.
Ma – potreste dirmi – che c’entrano gli unni e gli orsi con il panorama marino che si dispiega davanti ai nostri occhi, nel fenomeno sensibile come nell’opera di Vittorio? Suvvia non siamo troppo filistei. Basta ambientare la saga presso gli Unni di mare del Clan del Cefalo, e il gioco è fatto. Ad abundantiam, perché Vittorio è affiorato ancora una volta dal sogno, portandoci la sua verità di pesci e fiori e relitti marini, come da un battesimo; e la verità che reca è fresca e salsa quanto poteva solo sperare la nostra arsura; e ne può parlare solo come lo smemorato riemerso dalla grande onda può cercare di narrare il canto della Sirena.
Nota a margine. Non è senza mio personale e pressante rischio che son uso scrivere parole che presuppongono per fatti artistici. Essendo quindi anch’io parte del gioco, confesso: io che scrivo sono uno dei tamburi della saga che batte, come tale convocato, non per chiamare l’assemblea, ma per pressare Vittorio sotto il ritmo implacabile, perché sprofondi ancora nel comune sogno del nostro sangue e ancora ce ne riporti vita.
Enzo Vanarelli
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